venerdì 13 novembre 2015

"Nella morte non c'è ragionevolezza...."

“Nella morte non c’è mai ragionevolezza” dicono, mi sono ripetuta questa frase un milione di volte per cercare di metabolizzare questo avvenimento che ad un certo punto, sbam, come un proiettile spezza le nostre vite, ci strappa dalle persone che amiamo, spacca a metà chi resta…chi resta lì senza di te. Il dolore che vedi negli occhi, sui visi, tra le mani di quelle persone spaccate a metà. La verità è che nonostante sappiamo tutti molto bene che la morte fa parte della vita, della quotidianità, non si è mai davvero pronti quando succede. Perdere qualcuno che ami è un po’ come se ad un certo punto del tuo tran tran quotidiano ti si stacca un braccio. Tac. Un dolore lancinante, lo shock e la mancanza. Un braccio che non puoi più riattaccare.
Possono raccontarti quello che vogliono, religione, psicologia, frasi fatte, slanci di pietà sconsiderata, ma la verità è che è una cosa talmente forte che non esistono parole, n’è concetti efficaci per consolarci, per chiudere quel buco che all’improvviso ti si apre in mezzo al petto. L’unico Oki per l’anima è la consapevolezza che quando qualcuno muore una parte della sua vita rimane sempre in te. 
Rimane nelle vene, sulla pelle, nelle parole di una canzone, nel suono di una risata, nei gesti e nelle parole. C’è chi crede nel paradiso, negli angeli custodi, nell’immortalità religiosa…ma la realtà è che non si sa davvero dove si va poi quando si chiude il sipario della vita.
So solo che chi se ne va rimane nelle persone che lo amavano e questo, secondo me, è il concetto di immortalità più bello che esista.
Nella morte non c’è ragionevolezza, l’unica logica è che esiste e non c’è modo di combatterla. Una delle frasi che amo di più di Baricco è quell’immagine che dipinge in Novecento:
“A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto.”
Nella morte non c’è ragionevolezza: il chiodo cede ed il quadro cade e tu non ci puoi fare niente.